giovedì, 16 aprile 2009
Guai alla tv che rema contro

di MICHELE SERRA

Rispetto ai tempi del goffo "editto bulgaro", le nubi censorie che si addensano su Michele Santoro e su Milena Gabanelli (e tramite loro sulla Rai nel suo insieme) esprimono un punto di scontro più nitido e, nel suo genere, più maturo.

Non è solo e non è tanto la "faziosità politica" - colpa opinabile per definizione - a essere sotto tiro. È la sostanza stessa del medium più importante e penetrante, la televisione, che trasmissioni come Annozero e Report interpretano come un contro-potere strutturalmente autonomo (tale è l'informazione nella tradizione delle democrazie), e questo potere politico intende, invece, come cingolo di trasmissione dei propri scopi: non per caso è un potere al tempo stesso politico e mediatico. Anche tecnicamente. Che i media abbiano anche, in queste situazioni, una funzione di rete connettiva, non solo logistica, che aiuta a reggere l'urto della morte, e a sentirsi comunità, è fuori di dubbio. Ma questa funzione è stata svolta perfino con sovrabbondanza, e fino a rendere stucchevoli anche le immagini del dolore e della rovina. Santoro e la sua redazione hanno scelto - in minoranza - di fare il resto del lavoro, come compete alla storia professionale di un giornalista molto discusso (e discutibile) ma molto tenace. E premiato dall'audience, concetto evidentemente sacro quando si tratti di contare i soldi della pubblicità, ma subito sottaciuto quando si tratti di misurare la temperatura di una parte consistente dell'opinione pubblica.

Nei giorni drammatici del terremoto, lo scontro tra queste due funzioni della televisione è stato evidente. Si trattava di mettere l'accento sulle deficienze strutturali e le responsabilità umane che hanno aggravato di molto il bilancio delle vittime e dei danni. Oppure di esaltare l'opera dei soccorsi e l'efficienza dello Stato. Il primo obiettivo è tipico del giornalismo-giornalismo, che qui da noi, non si capisce bene per quale strambo equivoco, si chiama "d'assalto". Il secondo obiettivo è invece tipico della propaganda politica. Genera un linguaggio che tende alla retorica del positivo quanto il primo rischia di cadere nella retorica del negativo.

Scelga ognuno quale di questi due rischi sia più sgradevole e pericoloso per la pubblica opinione. Ma si sappia che è solo il primo rischio - quello di una televisione aspra e irriducibile - a essere sotto accusa, e a nessuno, né dentro la Rai né nella cerchia della politica, è venuto in mente di biasimare o sanzionare le centinaia di ore di televisione leziosa e piagnona che hanno imbozzolato la tragedia del terremoto in un reticolo implacabile di buoni sentimenti, misurando ben più volentieri il diametro della "bontà nazionale" che quello dei pilastri sottodimensionati.

 

Peccato che questo "resto del lavoro", sicuramente complementare a un quadro generale molto più blandamente critico, risulti insopportabile al potere politico, così come la puntuta inchiesta di Milena Gabanelli sulla social-card non poteva che fare imbufalire il ministro Tremonti.

"Remare contro" fu una delle prime accuse che il Berlusconi leader nascente mosse ai suoi oppositori. Non lo sfiorò (e non lo sfiora) il sospetto che c'è chi rema né contro né a favore, ma per suo conto. Anche sbagliando, ma sottoponendo al giudizio del pubblico, non al giudizio del potere, i propri errori. Il giornalismo è questo, e dovrebbe saperlo anche il direttore del Giornale Mario Giordano, che un minuto dopo avere potuto dire esattamente quanto voleva dire ad "Annozero" ha orchestrato una violenta campagna di stampa contro lo "sciacallo Santoro". Qualcuno aveva forse detto a Giordano, o a uno qualunque dei giornalisti e telegiornalisti governativi, che usare il terremoto per magnificare la prestanza e la generosità del premier era "sciacallaggio"? Ci si era limitati a pensare, magari, che fosse cattivo gusto, e la libertà di cattivo gusto, se non è sancita dalla Costituzione, è suggerita dal buon senso.

Quanto alla vignetta di Vauro trattata da casus belli e ridicolmente accusata di mancanza di "pietà per le vittime", varrebbe il concetto di cui sopra: qualora la si ritenga di cattivo gusto, da quando il cattivo gusto è oggetto di censura? E quelli che, al contrario, affidano la "pietà per le vittime" a ben altri canali, magari privati, e apprezzano la ruvida intelligenza e la lunga coerenza professionale di Vauro, dovrebbero forse ingoiare il boccone della censura nel nome di una "informazione corretta"? Ma corretta da chi? Dal direttore del "Giornale"?

la Repubblica 16 aprile 2009

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mercoledì, 18 febbraio 2009

Stefano Benni

..rivedendo le immagini girate al primo incontro pensavo: "E se fosse proprio "Il DiDiTì" di Benni il racconto giusto da cui partire x il cortometraggio??

Ci si potrebbe lavorar su...è comico e umoristico, colpisce alcuni difetti della nostra società, parla di situazioni che conosciamo bene e che con maggiore facilità potremmo interpretare..

il confronto è aperto!!!

 

  Coincidenze  (S. Benni)

Coincidenze

 Il DIDITÃŒ, o il Drogato Da Telefonino (S. Benni)

Il DiDiTì, o il Drogato Da Telefonino

http://www.stefanobenni.it/

http://www.stefanobenni.it/fabula/

 

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martedì, 23 dicembre 2008

Picasso - Don Chisciotte e SancioCredere nei propri ideali, inseguirli in un mondo che pare rifiutarli è follia? E' pazzia lottare per riportare in vita valori ormai scomparsi? Definire qualcuno un "donchisciotte" è oggi un modo per esaltarlo o denigrarlo? Dopo una sconfitta contro un nemico che appare invincibile, è opportuno ritirarsi o continuare a combattere?

Solo alcuni degli interrogativi con cui il "cavaliere dalla triste figura" continua a provocare i lettori di oggi... romanzieri, intellettuali, cantautori si confrontano con il cavaliere errante e con la sua sfida ai mulini a vento... 

donchiscioÌ€tte    s. m. inv.
Chi si erge a difensore di principi e ideali generosi e nobili ma superati o comunque privi di contatto con la realtà attuale, senza curarsi della situazione di fatto e delle possibilità di riuscita, assumendo posizioni spavalde e coraggiose ma ingenue e un poco ridicole. : essere un donchisciotte; fare il donchisciotte.
 

 

(Dizionario della lingua italiana Zingarelli)

 

 

Forse c'è bisogno, per vivere un po' meglio, di utopia unita a disincanto. Il destino d’ogni uomo assomiglia a quello di Mosè, che non raggiunse la Terra Promessa, ma non smise di camminare nella sua direzione. Utopia significa non arrendersi alle cose così come sono e lottare per le cose così come dovrebbero essere; sapere che il mondo ha bisogno d’esser cambiato e riscattato. L’utopia dà senso alla vita, perché esige, contro ogni verosimiglianza, che la vita abbia un senso; don Chisciotte è grande, e lo è la sua esistenza, perché egli si ostina a credere, contro ogni evidenza, che la bacinella da barbiere sia il favoloso elmo di Mambrino e che la rozza Aldonza sia l’incantevole Dulcinea. Ma don Chisciotte, da solo, sarebbe penoso e pericoloso, come lo è l’utopia quando anziché trascendere la realtà la svisa e la violenta, credendo che la meta lontana sia già raggiunta, scambiando il sogno per la verità ed imponendolo con brutalità agli altri, come fanno le utopie politiche totalitarie. Don Chisciotte ha bisogno di Sancho Panza, il quale vede che l’elmo di Mambrino è una bacinella e sente l’odore di stalla di Aldonza, ma segue il folle cavaliere ed anzi, quand' egli alla fine rinsavisce, protesta, si sente impoverito e reclama l' esigenza delle avventure incantate. Don Chisciotte e Sancho hanno bisogno l’uno dell' altro e da solo il primo sarebbe forse più povero dell' altro, perché alle sue gesta verrebbero a mancare i colori, i sapori, i cibi, il sangue, il sudore ed il piacere sensuale dell’esistenza, senza i quali l’idea, che infonde ad essi significato, sarebbe un’asfittica prigione. Utopia e disincanto, anziché contrapporsi, devono sorreggersi e correggersi a vicenda. La fine di utopie totalitarie è liberatoria solo se s’accompagna alla consapevolezza che la redenzione, promessa e fallita da quelle utopie, dev’essere cercata con più pazienza e più modestia, sapendo di non possedere alcuna ricetta definitiva, ma non irrisa.

 

(C. Magris, Gli auguri di Don Chisciotte: continuate a sognare l’elmo di Mambrino, Corriere della sera 31 dicembre 1995)

 

 

Il Don Chisciotte è, al tempo stesso, un canto alla libertà.

Conviene fermarsi un momento a riflettere sulla famosissima frase di Don Chisciotte a Sancio Pancia:

«La libertà, Sancio, è uno dei doni più preziosi che agli uomini abbiano dato i cieli; non possono paragonarsi ad essa i tesori che racchiude la terra o ricopre il mare; per la libertà, come anche per l’onore, si può e si deve mettere in gioco la vita; al contrario, non c’è male più grande che possa venire agli uomini della schiavitù» (II, LVIII, pagg. 984-985).

Che idea della libertà si fa Don Chisciotte? La stessa che, a partire dal secolo XVIII, si faranno in Europa i cosiddetti liberali: la libertà è la sovranità di un individuo di decidere la sua vita senza pressione né condizionamenti, esclusivamente in funzione della sua intelligenza e della sua volontà. Vale a dire, quella che, diversi secoli dopo, un certo Isaia Berlin avrebbe definito come “libertà negativa”, quella di essere liberi da interferenze e coazioni per pensare, esprimersi ed agire. Ciò che si annida nel cuore di questa idea della libertà è una sfiducia profonda nell’autorità, negli abusi che può commettere il potere, qualsiasi potere.

Ricordiamo che Don Chisciotte pronuncia questa lode esaltata della libertà appena parte dai domini degli anonimi duchi, dove è stato trattato come un re dall’esuberante signore del castello, l’incarnazione stessa del potere. Eppure, nelle adulazioni e nei vezzeggiamenti di cui è stato fatto oggetto, l’Ingegnoso Hidalgo ha percepito un invisibile busto che minacciava e limitava la sua libertà «perché non ne godevo con quella stessa libertà con cui ne avrei goduto [di quei regali e dell’abbondanza riversati su di lui] se fossero stati miei». Il presupposto di questa affermazione è che il fondamento della libertà è la proprietà privata e che il vero godimento è completo soltanto se, nel godere, una persona non si vede limitata la propria capacità di iniziativa, la sua libertà di pensare e di agire. Perché «gli obblighi di ripagare benefici e favori ricevuti sono vincoli che non lasciano spaziare liberamente l’anima. O fortunato colui a cui il cielo ha dato un tozzo di pane, e non sia in obbligo di dover ringraziare nessun altro che il cielo!». Non può essere più chiaro: la libertà è individuale e richiede un livello minimo di prosperità per essere reale, perché chi è povero e dipende dai doni o dalla carità per sopravvivere non è mai totalmente libero.

 

(M. Vargas Llosa, Gli ideali di Don Chisciotte, la Repubblica 18 marzo 2005)

 

 

La buona letteratura, mentre acquieta momentaneamente l'insoddisfazione umana, la incrementa e, facendo sviluppare una sensibilità non conformista rispetto alla vita, rende gli esseri umani piú adatti all'infelicità. Vivere insoddisfatti, in lotta contro l'esistenza, significa ostinarsi, come don Chisciotte, a combattere contro i mulini a vento, condannarsi, in un certo senso, a ingaggiare quelle battaglie che ingaggiava il colonnello Aureliano Buendìa, di Cent'anni di solitudine, sapendo che le avrebbe perse tutte. Questo è probabilmente vero; ma lo è altresí il fatto che, senza l'insoddisfazione e la ribellione contro la mediocrità e lo squallore della vita, noi esseri umani vivremmo ancora in condizioni primitive, la storia si sarebbe fermata, non sarebbe nato l'individuo, scienza e tecnologia non si sarebbero sviluppate, i diritti umani non verrebbero riconosciuti, la libertà non esisterebbe, perché tutte queste sono creature nate partendo da azioni di rivolta contro una vita percepita come insufficiente e intollerabile. Per questo spirito che si ribella alla vita cosí com'è, e cerca di materializzare il sogno, l'impossibile, con la dissennatezza di un Alonso Quijano, la cui pazzia, lo ricordiamo, nacque dalla lettura di romanzi di cavalleria, la letteratura è servita da formidabile combustibile. (...)

Quando uscì il Don Chisciotte, i primi lettori si beffavano di quell’illuso stravagante allo stesso modo in cui facevano gli altri personaggi del romanzo. Adesso sappiamo che l’impegno del cavaliere dalla triste figura nel vedere giganti al posto dei mulini a vento e nel combinare tutti gli spropositi che combina, è la forma più elevata di generosità, un modo per protestare contro le miserie di questo mondo e per cercare di cambiarlo. I concetti stessi di ideale e di idealismo, così impregnati di una valenza morale positiva, non sarebbero quello che sono – cioè valori chiari e rispettabili- se non si fossero incarnati in quel personaggio di romanzo con la forza persuasiva che gli ha conferito il genio di Cervantes.

 

(M. Vargas Llosa, È possibile il mondo moderno senza romanzo, in La cultura del romanzo, Torino, Einaudi, 2001)

 

 

Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista
,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...

(F. Guccini, Don Chisciotte)

 

  

i testi integrali e il file mp3 della canzone di Guccini da cui sono tratte le citazioni

Vargas Llosa - Mondo moderno e romanzo

Magris - Gli auguri di Don Chisciotte

Vargas Llosa - Gli ideali di Don Chisciotte

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lunedì, 15 dicembre 2008

molly_sweeneyall'ingresso del Teatro Piccinni avviene un curioso scambio: si consegna il biglietto e si riceve una mascherina nera.. a cosa servirà viene a spiegarlo, alcuni istanti prima dell'inizio dello spettacolo, Umberto Orsini, interprete di "Molly Sweeney"..

di lì a poco non si "assisterà" alla messa in scena della vicenda di Molly, ragazza cieca sin dai primi mesi della sua vita, ma si "parteciperà" al suo dramma.. per comprenderlo fino in fondo, però, è necessario "sintonizzarsi" sulle sue frequenze, imparare a percepire e a conoscere il mondo come lei, sperimentare la "cecità", l'assenza completa di luce..

sorpresa! a occhi bendati il nostro udito diviene improvvisamente più sensibile.. riusciamo a cogliere anche il minimo fruscìo, a distinguere voci e rumori, a capire quanto siano vicini o lontani gli attori che si aggirano per la sala buia solo dall'intensità di suono delle loro parole..

così conosciamo i primi quarant'anni di Molly Sweeney, la sua vitalità, che è voglia di musica, balli, feste, così scopriamo la sua sensualità ed esuberanza ma anche la sua capacità di immergersi e "nuotare" in quel buio che non le fa paura ma che, come l'acqua della piscina, l'avvolge e la protegge..

poi due uomini.. un marito deciso a tentare il tutto per tutto per far riacquistare la vista alla moglie.. un medico (oftalmologo), deluso professionalmente, privo di autostima, che ritrova vigore ed entusiasmo all'idea di eseguire un'operazione quasi miracolosa..

temporale...un tuono, uno scroscio di pioggia fitta, poi una pioggerellina sempre più lieve..(è il segnale: via le mascherine dagli occhi).. una timida luce, le figure degli attori appaiono sfocate.. adesso stiamo "vedendo" come Molly..

Molly ora "vede" ma non "ri-conosce".. ha ancora bisogno di toccare ed annusare quei fiori che ha imparato a distinguere da bambina.. l'entusiamo iniziale si spegne, il mondo a Molly appare ostile, estraneo, crudele.. nessuna musica, nessuna festa, solo rabbia e rancore verso chi l'ha strappata per "sfida" al suo buio ospitale..

i due uomini (medico e marito) vanno via.. Molly è sola in una zona "altra" rispetto al "vedere" e "non vedere", in un territorio, quello della "follia", che a lei "va bene così"..

"Molly Sweeney" è uno spettacolo emozionante, sconvolgente, capace di ribaltare la tradizionale opposizione buio/luce, in cui il primo elemento è da sempre simbolo negativo di male, irrazionalità, morte.. Molly compie un percorso che va dal paradiso del buio all'inferno della luce.. 

"Molly Sweeney" è un invito a riappropriarci dei nostri sensi, a riscoprirne le inesplorate potenzialità conoscitive..un invito a cercare la bellezza e la vita presenti in una persona, al di là della sua "immagine"..

"Molly Sweeney" è la conferma dell'enorme forza seduttiva del teatro, ancora capace di affascinare e stupire, coinvolgere e interrogare   

 Finestre  (C. Kavafis)

In queste tenebrose camere, dove vivo
giorni grevi, di qua di là m'aggiro
per trovare finestre (sarà
scampo se una finestra s'apre). Ma
finestre non si trovano, o non so
trovarle. Meglio non trovarle forse.
Forse sarà la luce altra tortura.
Chi sa che cose nuove mostrerà.

“Immaginiamo un uomo nato cieco e ormai adulto, a cui sia stato insegnato a distinguere un cubo da una sfera mediante il tatto e al quale venga ora data la vista; sarebbe egli in grado, prima di toccarli di distinguerli e dire quale sia la sfera e quale il cubo, servendosi solo della vista?”  (William Molyneux  all’amico John Locke, filosofo)

  

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giovedì, 20 novembre 2008

gomorrapost arrabbiato e indignato..

alla richiesta degli studenti di poter vedere, durante l'assemblea di istituto di novembre, il film di Matteo Garrone, Gomorra, tratto dal best seller di Saviano, il preside ha detto NO..

troppa violenza, ragazzi impreparati, possibili lagnanze delle famiglie tra le motivazioni della decisione..

argomenti che non reggono (il film è stato proiettato anche in molte scuole medie inferiori)..soprattutto perchè il NO viene da chi ha ammesso di non averlo nemmeno visto il film..

per ragazzi abituati a vedere ben altra violenza e ben altra pornografia su Internet o in Tv, non controllati minimamente da quei genitori che il preside teme, sarebbe stato un momento di crescita...

non si è colta la curiosità dei ragazzi di confrontarsi con il film di cui tutti parlano e che molti hanno già visto (e rivedrebbero insieme a compagni e docenti)...non si è colta l'opportunità educativa e formativa di mettere dei ragazzi, che spesso della vita hanno una visione tutta luci e profumi, di fronte alla dura realtà dei loro coetanei napoletani..non si è colta la possibilità di far scattare negli studenti interrogativi e dubbi sul loro senso della legalità, di fargli compiere un passo in avanti nel loro cammino di maturazione civile e sociale...

fa rabbia vedere che tutto ciò avvenga in quella Conversano che alcune domeniche fa si è ritrovata per leggere pubblicamente il libro di Saviano...

per fortuna i commenti sdegnati verso la decisione del Dirigente scolastico, ascoltati in molte classi, mi fanno ben sperare.. i ragazzi sono più maturi e critici di quello che qualcuno sembra credere..

ps. al posto di Gomorra i ragazzi vedranno Parada, film su cui non c'è nulla da obiettare.. ma non è la loro vera scelta.. e non è stato scritto da un ragazzo che rischia la pelle per aver coraggiosamente denunciato la realtà in cui vive.. per i ragazzi spesso gli esempi concreti di eroismo sono più efficaci di mille parole!

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mercoledì, 22 ottobre 2008

...un discorso da leggere proprio nelle ore in cui Berlusconi, in conferenza stampa, con atteggiamento e posture tipiche del Ventennio, minaccia l'intervento delle forze dell'ordine contro chi manifesta a tutela della scuola pubblica...

 Calamandrei

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sabato, 26 luglio 2008
Maledetti professori

di ILVO DIAMANTI

IL "PROFESSORE", ormai, primeggia solo fra le professioni in declino. Che insegni alle medie o alle superiori ma anche all'università: non importa. La sua reputazione non è più quella di un tempo. Anzitutto nel suo ambiente. Nella scuola, nella stessa classe in cui insegna. Gli studenti guardano i professori senza deferenza particolare. E senza timore. In fondo, hanno stipendi da operai specializzati (ma forse nemmeno) e un'immagine sociale senza luce. Non possono essere presi a "modello" dai giovani, nel progettare la carriera futura. Molti genitori hanno redditi e posizione professionale superiori. E poi, la cultura e la conoscenza, oggi, non vanno di moda. E' almeno da vent'anni che tira un'aria sfavorevole per le professioni intellettuali. Guardate con sospetto e sufficienza.
Siamo nell'era del "mito imprenditore" . Dell'uomo di successo che si è fatto da sé. Piccolo ma bello. E ricco. Il lavoratore autonomo, l'artigiano e il commerciante. L'immobiliarista. E' "l'Italia che produce". Ha conquistato il benessere, anzi: qualcosa di più. Studiando poco. O meglio: senza bisogno di studiare troppo. In qualche caso, sfruttando conoscenze e competenze che la scuola non dà. Si pensi a quanti, giovanissimi, prima ancora di concludere gli studi, hanno intrapreso una carriera di successo nel campo della comunicazione e delle nuove tecnologie.

Competenze apprese "fuori" da scuola. Così i professori sono scivolati lungo la scala della mobilità sociale. Ai margini del mercato del lavoro. Figure laterali di un sistema - la scuola pubblica - divenuto, a sua volta, laterale. Poco rispettati dagli studenti, ma anche dai genitori. I quali li criticano perché non sanno trasmettere certezze e autorità; perché non premiano il merito. Presumendo che i loro figli siano sempre meritevoli.
Si pensi all'invettiva contro i "professori meridionali" lanciata da Bossi nei giorni scorsi. Con gli occhi rivolti - anche se non unicamente - alla commissione che ha bocciato "suo figlio" agli esami di maturità. Naturalmente in base a un pregiudizio anti-padano. I più critici e insofferenti nei confronti dei professori sono, peraltro, i genitori che di professione fanno i professori. Pronti a criticare i metodi e la competenza dei loro colleghi, quando si permettono di giudicare negativamente i propri figli. Allora non ci vedono più. Perché loro la scuola e la materia la conoscono. Altro che i professori dei loro figli. Che studino di più, che si preparino meglio. (I professori, naturalmente, non i loro figli).

Va detto che i professori hanno contribuito ad alimentare questo clima. Attraverso i loro sindacati, che hanno ostacolato provvedimenti e riforme volti a promuovere percorsi di verifica e valutazione. A premiare i più presenti, i più attivi, i più aggiornati, i più qualificati. Così è sopravvissuto questo sistema, che penalizza - e scoraggia - i docenti preparati, motivati, capaci, appassionati. Peraltro, molti, moltissimi. La maggioranza. In tanti hanno preferito, piuttosto, investire in altre attività professionali, per integrare il reddito. O per ottenere le soddisfazioni che l'insegnamento, ridotto a routine, non è più in grado di offrire. Sono (siamo) diventati una categoria triste.

Negli ultimi tempi, tuttavia, il declino dei professori è divenuto più rapido. Non solo per inerzia, ma per "progetto" - dichiarato, senza infingimenti e senza giri di parole. Basta valutare le risorse destinate alla scuola e ai docenti dalle finanziarie. Basta ascoltare gli echi dei programmi di governo. Che prevedono riduzioni consistenti (di personale, ma anche di reddito): alle medie, alle superiori, all'università. Meno insegnanti, quindi. Mentre i fondi pubblici destinati alla ricerca e all'insegnamento calano di continuo. Dovrebbe subentrare il privato. Che, però, in generale se ne guarda bene. Ad eccezione delle Fondazioni bancarie. Che tanto private non sono. D'altra parte, chissenefrega. I professori, come tutti gli statali, sono una banda di fannulloni. O almeno: una categoria da tenere sotto controllo, perché spesso disamorati e impreparati. Maledetti professori. Soprattutto del Sud. Soprattutto della scuola pubblica. E - si sa - gran parte dei professori sono statali e meridionali.

Maledetti professori. Responsabili di questa generazione senza qualità e senza cultura. Senza valori. Senza regole. Senza disciplina. Mentre i genitori, le famiglie, i predicatori, i media, gli imprenditori. Loro sì che il buon esempio lo danno quotidianamente. Partecipi e protagonisti di questa società (in)civile. Ordinata, integrata, ispirata da buoni principi e tolleranza reciproca. Per non parlare del ceto politico. Pronto a supplire alle inadempienze e ai limiti della scuola. Guardate la nuova ministra: appena arrivata, ha già deciso di attribuire un ruolo determinante al voto in condotta. Con successo di pubblico e di critica.

Maledetti professori. Pretendono di insegnare in una società dove nessuno - o quasi - ritiene di aver qualcosa da imparare. Pretendono di educare in una società dove ogni categoria, ogni gruppo, ogni cellula, ogni molecola ritiene di avere il monopolio dei diritti e dei valori. Pretendono di trasmettere cultura in una società dove più della cultura conta il culturismo. Più delle conoscenze: i muscoli. Più dell'informazione critica: le veline. Una società in cui conti - anzi: esisti - solo se vai in tivù. Dove puoi dire la tua, diventare "opinionista" anche (soprattutto?) se non sai nulla. Se sei una "pupa ignorante", un tronista o un "amico" palestrato, che legge solo i titoli della stampa gossip. Una società dove nessuno ritiene di aver qualcosa da imparare. E non sopporta chi pretende - per professione - di aver qualcosa da insegnare agli altri. Dunque, una società senza "studenti". Perché dovrebbe aver bisogno di docenti?

Maledetti professori. Non servono più a nulla. Meglio abolirli per legge. E mandarli, finalmente, a lavorare.

(la Repubblica 25 luglio 2008)
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lunedì, 14 luglio 2008

lectorinfabula08Lector in fabula - 2008

Conversano 17_18_19 luglio

MA IL CIELO È SEMPRE PIÙ BLU?
Il potere all’immaginazione


La quarta edizione di "Lector in fabula", il festival dei lettori, si svolgerà a Conversano dal 17 al 19 luglio.

Gli appuntamenti si svolgeranno tra il chiostro della Biblioteca Civica di Conversano e piazza Castello, con la chiusura notturna, tra letture e visioni, presso La Cuccagna in piazza Battisti.

Tante quest'anno le presentazioni di libri e gli incontri con gli autori.
La novità della quarta edizione è rappresentata senza dubbio dalla fascia dedicata alla letteratura per l'infanzia, con tre titoli in programma.

Tra le collaborazioni all'organizzazione, quest'anno Lector in fabula - il festival dei lettori vede coinvolta la giovane redazione della rivista mensile di informazione de Il Galiota. A loro il compito di riportare quotidianamente, con una newsletter, tutto quello che ci sarà da sapere durante la settimana del festival.

Partecipano anche l'enoteca Rosso Vino di Conversano che proporrà degustazioni di vini e libri da bere e il locale La Cuccagna che ospiterà tutti gli appuntamenti, in chiusura di serata, dedicati alle letture e alla musica.

leggi il programma completo:

 lectorinfabula08

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giovedì, 21 febbraio 2008

qualche settimana fa mi è capitato di far riferimento a un brano che avevo ascoltato in radio alcuni anni prima (2002 forse), mentre in macchina tornavo dal lavoro... era l'addio di Jack Folla, protagonista di Alcatraz, ai suoi ascoltatori... molti mi hanno chiesto quel testo... l'ho recuperato tra i miei file e adesso mi piace pubblicarlo su questo blog... mette i brividi a rileggerlo... sempre

 


 JACK: Saper mettere un punto e andare a capo è uno dei segreti di ogni storia della vita. Se lo ritardi, la rovini; se l'anticipi, la bruci; e se lasci che sia l'altro a mettere il punto al posto tuo, vuol dire che tu eri già uscito dalla storia.

Gli addii non si annunziano, si compiono, e la loro violenza è inevitabile come quando si muore: la violenza del silenzio che seguirà.

Gli addii camuffati da arrivederci li considero le perfidie peggiori. In realtà tagliano proprio le gambe ad ogni possibile ritorno, rassomigliano ai falsi addii delle marionette, quelle addestrate a recitare tutte le sere davanti a un pubblico diverso ma per loro indistinto e sempre uguale, eterni burattini che se ne vanno con nelle orecchie di legno gli applausi dell'ultimo "bis" che si confonderanno con quelli di benvenuto del prossimo paese dove domani sera replicheranno lo spettacolo.

Mettere un punto non è abbassare il sipario e nemmeno cambiare copione. E' semplicemente interrompere la recita e uscire di scena. Non finire la battuta; osare, interromperla con un punto assurdo, e scontentare il pubblico, l'impresario e perfino te stesso, perché recitare il tuo ruolo ti piaceva, eccome se ti piaceva, era "come se", come se quella di Jack fosse davvero la tua vita.

Ma vivere tutto come se è un danno. Lo conosco e me lo sono procurato cento volte. Ci sono coppie immobili, che per paura dell'abbandono, sono avvinghiate con il filo spinato del "come se", come se… si amassero ancora. Ci sono occasioni perdute sul lavoro, per il terrore di trasferirsi in un'altra città o semplicemente di cambiare azienda o mansioni o colleghi, in cui il come se è la scusa consolatoria a cui aggrapparsi per non mettersi a rischio. Le sirene della felicità, spesso, infondono più sgomento delle catene di un'esistenza mediocre. Allora facciamo come se il nostro vecchio lavoro fosse ritornato appagante, come se l'invidia del collega fosse una carezza, come se lo stipendio non ci dispiaccia più e ci convinciamo che quella promozione sempre promessa e mai mantenuta, in fondo in fondo ci lascia più liberi di vivere. Ma non appena è passata la "minaccia" di un'offerta di lavoro migliore, la "iattura" del colpo di fortuna, o quella altrettanto pericolosa di un nuovo amore, allora ricominciamo a lamentarci, di nuovo come se non fossimo stati solo noi a perdere il treno, e malediciamo chiunque, dalle Ferrovie dello Stato, agli extracomunitari, al nostro stipendio di merda, moglie, suocera e cane del vicino che-quello-chi sa- che cazzo-gli mette- nel pappone-per farlo latrare apposta- alle tre di notte- e rovinarmi l'esistenza.

No, questa volta no, per favore. Questo fra me e te non deve succedere, fratello. E noi finora siamo stati bravissimi, noi finora l'abbiamo evitato.

Avevamo tutti bisogno di un rapporto felice. Non so se un programma alla radio si possa definire così, ma so che il nostro era amore.

Io metto un punto, perché nessuno ce lo porti via.

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categoria:libri, informazione
domenica, 10 febbraio 2008

scrivereun'analisi lucida e impietosa del livello di conoscenza e padronanza della lingua italiana da parte dei giovani laureati...

niente di nuovo o di tanto sconvolgente per chi entra ogni giorno in quelle "piccole botteghe degli orrori" ortografici e lessicali che sono le aule scolastiche...

una perla... "Edipo non appena scoprì di aver ucciso suo padre ed essersi sposato con sua madre si cecò gli occhi" :-) 

l'articolo di Michele Smargiassi su Repubblica

http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scuola_e_universita/servizi/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti.html

il commento di Stefano Bartezzaghi

http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scuola_e_universita/servizi/laureati-analfabeti/ignoranza-collettiva/ignoranza-collettiva.html

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categoria:libri, scuola, informazione, attualità
domenica, 27 gennaio 2008

toni servillofamiglie che continuano a chiedere mutui e finanziamenti pur di comprarsi il tv color ultrapiatto al plasma, a indebitarsi pericolosamente pur di andare in vacanza a Sharm o in montagna...

figli capricciosi e viziati che, pur di sfoggiare davanti agli amici il telefonino di ultima generazione e abiti griffati alla moda, costringono i genitori a sacrifici inauditi...

padri, incapaci di dire no alle loro "bambine", che mandano in rovina il patrimonio familiare...

sembra di scorgere in controluce i vizi e il vuoto culturale dell'Italia 2008 mentre si assiste alla messincena de "La trilogia della villeggiatura" di Goldoni (ieri sera al teatro Piccinni di Bari)...

hanno molto in comune le famiglie italiane che oggi, anche se non riescono ad arrivare "alla fine del mese", non sono disposte a rinunciare al superfluo, con quelle veneziane di metà Settecento rappresentate e messe in ridicolo da Goldoni...

sarà per questo che negli ultimi tempi i registi italiani hanno un po' messo da parte il Goldoni de "La locandiera" che esaltava lo spirito e l'intraprendenza della classe borghese, per portare sulle scene il Goldoni più maturo che di quella borghesia metteva in luce l'inconsistenza e la frivolezza che ne avrebbero causato il declino...

al grandissimo Toni Servillo e al gruppo del Piccolo di Milano il merito di aver racchiuso in un'unica serata le tre commedie goldoniane, per delineare un percorso che dalla frenesia e dalle aspettative che precedono la partenza per la villeggiatura, porta alla "noia" dei giochi a carte, delle grandi abbuffate a tavola, delle sterili conversazioni che riempiono quella vacanza deludente...

al ritorno a  casa ci sono i debiti da saldare e i creditori alle porte e, soprattutto, i veri sentimenti e le autentiche passioni che devono far posto al calcolo economico...

Toni Servillo a Che tempo che fa

 http://www.chetempochefa.rai.it/TE_videoteca/0,10916,,00.html?nome=servillo&anno=&mese=&tipo=vt&x=0&y=0

 

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categoria:libri, scuola, teatro, attualità
giovedì, 17 gennaio 2008

eugenio scalfariper chi se lo fosse perso, il forum dei lettori con il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari...

a partire dalla mancata visita del Papa alla Sapienza di Roma, un'occasione per ritornare sui temi della laicità, della libertà di opinione e del rapporto tra fede e ragione, tra Chiesa e politica...

condivido ogni parola di ciò che sostiene Scalfari, uno dei pochi, in questi giorni, in grado di esprimere con lucidità e fermezza sia la necessaria "tolleranza" verso le opinioni di tutti sia la decisa critica alle continue ingerenze di Ratzinger e della sua Chiesa nella vita politica e civile italiana..

http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=16201&showtab=Copertina

 

"Atei devoti nel giardino del Papa"    (editoriale di domenica 20 gennaio 2008)

http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/esteri/benedettoxvi-19/commento-scalfari/commento-scalfari.html

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categoria:politica, storia, attualità
domenica, 28 ottobre 2007

V G a Londraanche questo viaggio è finito...

oltre alle immagini fissate dalla fotocamera che pubblico in questo post, indimenticabili sono quelle del gruppo di ragazzi che ho accompagnato per la quinta e ultima volta in gita (sorry, viaggio d'istruzione!)...

cinque anni e vedere come siano ormai "grandi", capaci di cavarsela da soli, di orientarsi, senza perdersi e certo meglio di me, in quel grande labirinto che è la Metropolitana di Londra (e forse la vita)...

 the Tube 

Tower Bridge

Saint James park

scoiattolo

National Gallery

Shakespeare

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categoria:viaggi, scuola, attualità
lunedì, 13 agosto 2007

francesco de gregoriMartedì prossimo (21 agosto) De Gregori sarà in concerto a Bisceglie... per il "pubblico pagante" prezzi stracciatissimi: 14 euro per i posti a sedere, 10 euro per quelli in piedi...

ci andrò...dopo sei anni...dopo un'assuefazione ai suoi concerti...otto, a partire da quello che mi regalai nel '91 a pochi giorni dalla maturità...

ci andrò perchè è sempre rimasto lì, nonostante i miei allontanamenti, i miei "tradimenti" con Fossati, Conte e Bersani...

ci andrò perchè, se ci penso, ad alcuni suoi versi sono legate persone, eventi, delusioni, entusiasmi dei miei ultimi vent'anni...

"Poi arrivò il mattino e col mattino un angelo
e quell'angelo eri tu, con due spalle da uccellino
in un vestito troppo piccolo e con gli occhi ancora blu" (Caterina)

"Dietro a un miraggio c'è sempre un miraggio da considerare,
come del resto alla fine di un viaggio
c'è sempre un viaggio da ricominciare."  (Viaggi & miraggi)

"E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia)
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare."    (La storia) 

"Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte"   (Mimì sarà) 

"Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.
Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai."  (Compagni di viaggio) 

 
 
   

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categoria:musica, attualità
martedì, 07 agosto 2007

visto che alunni e docenti del corso G stanno monopolizzando l'attenzione di quasi tutti i post del mio blog con dediche, saluti, baci, aggiornamenti su vicende sentimentali e sterili discussioni sulla presunta superiorità femminile, apro finalmente, dopo averne lanciato l'idea 3 anni fa, il PUNTO G...

per quelli che hanno avuto e avranno la fortuna "unica" di far parte di un corso che tra meno di un anno non esisterà più nel nostro liceo, finalmente un Punto di incontro libero e virtuale...

chiaro il perchè del nome??? che avevate pensato???  ;-)  

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categoria:libri, scuola, attualitÃ